La qualità della rappresentazione e la creazione della realtà

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Delia Giandeini

La qualità della rappresentazione e la creazione della realtà

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Delia Giandeini

L’altro giorno stavo leggendo una tesi di laurea e arrivata ad un estratto narrante un’osservazione di uno scambio con de* bambin* d’asilo mi sono resa conto, ancora una volta, quanto la rappresentazione sia importante.

La studentessa che ha scritto questa tesi ha condotto uno studio con bambin* dell’asilo, in modo da poter determinare il modo in cui gli stereotipi riguardanti il genere sono formati già ad una tenera età. Per fare ciò ha interagito con essi, ponendo loro domande e facendo far loro delle attività che le hanno permesso di osservare e quantificare il fenomeno. Quando la maestra ha chiesto “Chi è il pompiere?” un* de* bambin* ha risposto dicendo che era un signore, al che un* altr* bambin* ha esclamato: “Può essere una femmina perché l’ho visto in un film.”

Leggendo questo mi sono emozionata, perché mi sono ricordata che finché le persone in grado di prendere decisioni esecutive nell’industria dei media lo vorranno, i bambinI potranno accedere a contenuti che insegnano loro che possono essere chiunque vogliano essere. 

Il tema della rappresentazione mi ha sempre appassionata. La prima volta che capii fino a che punto la rappresentazione sia uno strumento potente non fu, da quanto ricordo, grazie ad un'esperienza personale, ma grazie ad Internet.

È stato tramite il web che ho iniziato a imparare cosa significasse la parola rappresentazione, e a capire le implicazioni della rappresentazione sul modo in cui un certo gruppo sociale è percepito dalla società.

Cosa determina una buona qualità della rappresentazione? 

Una cosa che ho imparato con il tempo è che non tutta la rappresentazione è di qualità. Rappresentare un gruppo marginalizzato deve essere fatto bene e non solo essere fatto. 

Personalmente, quando intendo determinarne la qualità, mi servo di cinque domande per capire se la rappresentazione è buona. Le “regole” che sono alla base di queste domande sono per lo più basate su delle mie riflessioni attorno telefilm e film, ma potrebbero essere applicate anche ad altri media, come le pubblicità e altre campagne di marketing, libri e podcasts, programmi televisivi e radiofonici, articoli di giornale e di riviste, oppure a situazioni di vita reale (come il fatto di avere un presidente appartenente ad una minoranza etnica, un’atleta gay, ...) etc. 

In questo articolo userò quindi il temine ‘personaggio’ perché parlerò per lo più di prodotti di fiction, ma i concetti sottostanti queste domande/regole possono probabilmente essere adattati ad altri media. Inoltre mi concentrerò in gran parte sulla rappresentazione delle persone queer (intese come persone appartenenti alla comunità LGBTIQ+), ma le stesse idee possono valere per altre minoranze. 

La prima domanda da porsi quando si vuole determinare la qualità della rappresentazione secondo me è: 

1. I personaggi che fungono da rappresentazione sono “bravi” o “cattivi”?

La domanda, nel caso della rappresentazione queer, deriva dalla storia stessa. Il documentario “The Celluloid Closet”, è un buon punto di partenza per discutere la rappresentazione queer in quanto ne ritraccia la storia nell’industria cinematografica.  Il documentario mostra infatti come storicamente ai personaggi che erano “codificati” come queer (piuttosto che presentati esplicitamente come tali) venivano assegnati solo ruoli da “cattivi” e trame orribili. 

Anche se se non é sempre stato così e i primissimi film (negli anni venti e trenta) in cui erano presenti dei personaggi gay o trans essi erano dipinti molto più positivamente, le cose sono infatti drasticamente cambiate negli anni a venire. Questo cambiamento ha avuto a che fare con il “codice Hays”, un codice sulle linee guida sulla produzione di film che doveva essere rispettato da chiunque producesse dei film ad Hollywood e che vietava la “perversione sessuale”. Questo ‘codice’ diceva infatti che i personaggi queer dovevano essere mostrati come moralmente cattivi, per assicurarsi che il pubblico non iniziasse a pensare che essere gay era una cosa normale (ugh) e che questi film stessero cercando di fare una sorta di propaganda gay. 

Se sei interessato a questo tema ti consiglio di guardare il documentario (che tra l’altro è disponibile su YouTube) o in alternativa, di guardare il video di Rowan Ellis, intitolato “The Evolution Of Queerbaiting: From Queercoding to Queercatching”.

Un personaggio “codificato” in quanto gay per esempio non sarà mai mostrato fare coming out all’interno del film e nessuno si riferirà mai esplicitamente a lui come ‘gay’. Questo personaggio avrà piuttosto dei modi di fare (molto spesso stereotipati) che vengono associati all’essere gay. Un esempio di questo fenomeno per quanto riguarda i personaggi gay è il fatto di avere dei tratti “flamboyant” come per esempio una voce acuta o un modo di muoversi ‘effemminato’.
Rowan Ellis spiega che: “Essenzialmente un effetto di ciò [il fatto di codificare i personaggi cattivi come ‘gay’] è che associamo gli attributi associati all’essere queer con qualcosa di inerentemente negativo. In questo modo si possono dare ad un personaggio degli attributi [stereotipicamente tipici di persone queer] e automaticamente esso sarà etichettato come cattivo. Anche se gli attributi in sé non sono negativi.”

Come Rowan Ellis mostra nel suo video, anche se ora il codice non è più in vigore ormai a partire dal 1966, le sue conseguenze sulla rappresentazione moderna si fanno ancora sentire. Questo vecchio vizio di presentare continuamente i personaggi cattivi come dei personaggi queer non è stato completamente abbandonato e influenza anche oggi la maniera in cui i produttori di contenuti scrivono i loro lavori anche oggi. 

Questo potrebbe avere a che fare con il fatto che il cervello umano tende a ricreare ciò che conosce già (che tra l’altro è un buon argomento per rivendicare una buona qualità della rappresentazione) piuttosto di rompere dei preconcetti e complicarsi di conseguenza le rappresentazioni mentali. In ogni caso, non è una buona scusa, e rifare gli stessi errori, specialmente ora quando mai più di prima siamo coscienti delle implicazioni del rappresentare un certo gruppo in modo negativo (a maggior ragione se il gruppo in questione è già stigmatizzato). È anche per questo che la seconda domanda è così importante;

2. Come sono le storie di questi personaggi ?

Un elemento ricorrente a livello di trama per i personaggi queer, è che le loro storie spesso sono negative e che essi finiscono per essere eliminati del tutto dalla narrazione. Il “bury your gays trope” (che in breve consiste nell’uccisione di personaggi queer molto più frequentemente che di quella di personaggi cis-etero, ho messo in bibliografia un link con una descrizione più completa se vi interessasse) per esempio, è sfortunatamente una ricorrenza in moltissimi telefilm e film.

Detto questo, non penso che tutti i media in cui ci sono dei personaggi gay debbano essere delle storie idilliache sull’essere gay al giorno d’oggi, ovviamente non sarebbe realistico. Penso che alcuni film e telefilm debbano avere finali tristi e drammatici, non finire bene o addirittura finire male perché fa parte della vita. Il problema si presenta quando le persone queer vengono sistematicamente presentate come se vivessero tutte una vita triste e vengono concessi loro solo finali infelici. 

Per fare un esempio concreto, mi ricordo di quanto mi fossi sentita delusa al Film Festival di Zurigo quando, allo screening di un film incentrato su di una coppia di due donne, durante il Q&A con la regista (etero) essa ha detto di aver modificato il finale del film da finale felice a finale deludente per “renderlo più reale”. Per me che avevo letto il libro dal quale il film era stato adattato, libro scritto da una donna non etero e che mi era molto piaciuto anche per via del finale positivo, sentire queste parole è stato uno schiaffo in faccia. Era quasi come se implicitamente questa donna stesse dicendo a tutte noi (la sala era per lo più piena di donne, quasi tutte queer molto probabilmente, visto il film) che non ci meritavamo di vedere un happy ending, che le coppie gay semplicemente non possono averne nel “mondo reale”.

Ma ritornerò più tardi sulle motivazioni che muovono i creatori di contenuti e le implicazioni su questi contenuti, per ora però voglio concludere questo punto.

Foto di Gilles Lamberts su Unsplash.

Di sicuro non è per nulla sorprendente se, quando l’unica rappresentazione di personaggi come te a cui hai accesso è negativa e triste, inizierai piano piano a credere che quella è l’unica maniera in cui le persone come te possono vivere. 

Ma passiamo per ora alla terza domanda, una domanda che ancora una volta è strettamente connessa a quella che ho appena finito di presentare, e cioè;

3. Questi personaggi sono presentati solo con degli stereotipi?

Molto spesso la risposta a questa domanda ha a che fare con la ricerca che viene fatta nel processo di creazione dei contenuti, ma è anche legata al background personale di chi crea questi contenuti.

Va da sé che se una persona non-binary racconta di una persona non-binary, la sua comprensione delle esperienze di vita del personaggio e quindi la sua abilità di farne un personaggio completo, con profondità e senza cadere in stereotipi, sarà mille volte migliore per la rappresentazione, rispetto al caso in cui lo stesso personaggio venga scritto da una persona cis (e cioè una persona che si identifica nel genere assegnatogli alla nascita). 

La motivazione alla base della decisione di creare il media in questione è anche un fattore chiave da prendere in considerazione in questi casi. Una compagnia che produce un film su di una minoranza solo per poter entrare nelle grazie di questa fetta di pubblico che fa parte di questa minoranza, e quindi in definitiva solo per aumentare il proprio profitto, farà di sicuro un lavoro peggiore rispetto ad un artista indipendente che crea contenuti per sensibilizzare su di un tema che sta a cuore a questa persona.

Raccontare la storia di un gruppo che è già stigmatizzato e emarginato ricorrendo solo a stereotipi farà del male a questa minoranza, a causa del rafforzamento dell’idea che questi stereotipi sono la realtà e rendendone di conseguenza molto più difficile lo smantellamento. Il che ci porta alla prossima domanda;

4. Quanti individui di questo particolare gruppo ci sono nel media?

Proprio perché ognuno di noi è il prodotto (in continuo mutamento) di moltissime esperienze personali e diverse, un solo personaggio con la propria esperienza singola non potrà mai essere abbastanza per rappresentare un’intera comunità. 

Un personaggio che rappresenta un intero gruppo è sicuramente meglio che nulla, ma penso che le scene più interessanti nei film e telefilm scaturiscano proprio dalle contrapposizioni. Quando due personaggi appartenenti allo stesso gruppo hanno diverse opinioni, credenze e modi di vivere la loro identità spesso forniscono degli spunti per delle discussioni interessanti sulla complessità di essere parte di quel determinato gruppo.

Per esempio, ciò accade spesso nel telefilm Dear White People, dove dei personaggi neri discutono di frequente le loro differenti percezioni su cosa significa per loro muoversi nel mondo in quanto parte di un gruppo discriminato, ma anche in quanto individui di questa minoranza. 

La mente dell’audience però non è alquanto stimolata a pensare alle complessità e le divergenze nelle esperienze di vita delle minoranze, se tutto quello che è mostrato è solamente una parte di questa esperienza. Gli “stock characters” (e cioè i personaggi di cui si parlava prima, senza profondità) sono un buono spunto per iniziare la conversazione e la riflessione attorno a tematiche minoritarie, ma non molto utili per mantenerle in vita.  Per rappresentare veramente un gruppo senza ricadere in questi problemi sarebbe meglio diversificare i personaggi e ammettere finalmente che no, non tutti i bisessuali la pensano allo stesso modo (a proposito della loro esperienza come persone bi o a livello politico etc.) e che no, non tutte le esperienze delle persone trans possono essere riassunte in un singolo personaggio trans, etc. 
Foto di “Charles 🇵🇭” su Unsplash

Ma essere presenti in grandi numeri non è abbastanza. Il tempo speso sullo schermo e la posizione sulla scena sono fattori che non vanno tralasciati quando si vuole analizzare la qualità della rappresentazione.

È per questo che il prossimo punto ha a che fare con la visibilità;

5. Quanto visibili sono questi personaggi?

Lo spazio e il tempo concessi ai personaggi impattano indubbiamente il modo in cui essi vengono percepiti. Un personaggio gay che ha solo una battuta non conta praticamente nulla come rappresentazione queer, e la stessa cosa vale per una persona di colore o/e una persona che porta il velo e che viene mostrata solo nello sfondo della scena, mentre i personaggi in primo piano sono tutti bianchi. 

Questo non significa che una donna lesbica che bacia la sua ragazza nello sfondo di una scena che si concentra sulle vicissitudini di un uomo cis-etero è sempre da equiparare ad una cattiva rappresentazione. In alcuni casi il fatto che il bacio sia inscenato sullo sfondo potrebbe servire per normalizzare le effusioni pubbliche tra persone LGBTQ+ ma, come sottolinea Rowan Ellis nel suo video  “Liberation vs. Assimilation in  Queer Cinema”, se questo bacio è l’unico scambiato dalla coppia su tutto l’arco del telefilm allora non sarà particolarmente utile in termini di rappresentazione queer.

Lo stesso ragionamento può secondo me essere applicato ai personaggi che vengono rivelati essere gay ma solo ‘fuori schermo’, per esempio dai produttori del film. Rowan  descrive questo fenomeno come “queercatching” un termine da lei coniato per descrivere una variazione del “queerbaiting”. 

Mentre il “queerbaiting” viene definito dallo Urban Dictionary come “Quando un autore/direttore/etc. da degli indizi e inserisce delle svolte per identificare un personaggio come possibilmente queer, per soddisfare l’audience queer, ma senza mai dire esplicitamente che questo personaggio è veramente queer, in modo da ‘mantenere’ la loro audience etero”. Il “queercatching” invece in breve funziona così; si parla di un certo personaggio svelando che esso è gay in modo che le persone LGBTIQ+ che sono aggiornate sulle notizio riguardanti il film/telefilm diventano interessate nel guardarlo essendo che viene loro promessa una rappresentazione, senza mai esplicitare questo dettaglio nel film stesso. Ciò viene invece fatto solo in modo elusivo e marginale, di modo che le uniche persone che si accorgeranno saranno quelle che già si aspettavano di vedere il personaggio essere gay. 

Non è nemmeno evidente (...) quando facciamo dei video per mostrare la nostra reazione (...) nel contesto di quello di cui stiamo parlando [in questo caso un video sul queerbaiting nei media]  stai davvero cercando [i dettagli che indicano che un personaggio é queer]  e stai davvero studiando ogni singola scena. Ma la gente non consuma contenuti in questo modo. (...) Se stessi guardando il film [in modo “normale”] sono quasi sicuro che non lo avrei notato.” - “Gays React to Queerbaiting ft. Calum McSwiggan”

In poche parole, il “queercatching” è il metodo perfetto per mantenere il pubblico più conservativo (e non far scappare mamme scandalizzate che non avrebbero magari portato i loro figli a vedere La Bella e la Bestia al cinema se avessero saputo che uno dei personaggi è gay… anche se poi questo è mostrato solo in una scena della durata di un secondo, quando questo personaggio balla con un altro uomo) evitando di “alienarli” (parlando di qualcosa che è lontano dalle loro esperienze e nel quale potrebbero non riconoscersi) essendo troppo espliciti nella rappresentazione di persone queer, e allo stesso tempo permette di “accontentare” l’audience queer che è talmente disperata per un po’ di rappresentazione che è disposta ad accontentarsi di quello che ci viene concesso.

Perché la rappresentazione è così importante? 

Direi che se i criteri che ho esposto fin qui sono tenuti in considerazione, la rappresentazione può davvero essere un motore di cambiamento in positivo. Ma, come mai vedere se stessi nei media è così importante? 

In ultima analisi si può riassume tutto con; la rappresentazione ci abilita. 

Ci dice che possiamo. 

Che possiamo essere gay e possiamo essere felici, che possiamo intraprendere un percorso di riallineamento di genere, che non dobbiamo essere bianchi per essere il presidente degli stati uniti, che i ragazzi possono piangere, che la depressione non ci definisce e che può essere combattuta e curata, che possiamo essere una bambina e crescere sapendo che anche tu puoi diventare un pompiere, perché ti è stato insegnato da un film.

Ci fa anche sentire meno soli, ci aiuta a capire che altre persone stanno passando quello che pensavamo essere i soli a sperimentare, che queste cose sono delle esperienze umane condivise. Una buona rappresentazione può salvare delle vite.

Ma la rappresentazione non è solamente benefica per le persone che rappresenta. Aiuta la società nel suo insieme, quindi per per tornare alla domanda di prima è anche giusto chiedersi: come mai vedere gli altri nel media è così importante?

La rappresentazione aiuta l’insieme della società perché educa le persone su dei temi sui quali esse potrebbero non avere nessuna conoscenza. 

Quante volte qualcuno ha iniziato a mostrarsi più empatico nei confronti di un amico socialmente ansioso solo perché sono riusciti a capire questo “problema” attraverso un personaggio di un telefilm socialmente ansioso? 

"I media visivi ci insegnano il modo in cui il mondo funziona, e il nostro posto in tutto questo." ha detto. "Quando non vedi persone come te,” Morgan ha ripetuto, “il messaggio è: sei invisibile. Il messaggio è: non conti. Ed il messaggio è: c'è qualcosa di sbagliato in me." "Più e più volte, settimana dopo settimana, anno dopo anno, lancia un messaggio molto chiaro, non solo ai membri del gruppo, ma anche ai membri di altri gruppi," ha detto.  Estratto da “Why On-Screen Representation Actually Matters”

Gli studi parlano del fenomeno “visione del mondo da telefilm” (“TV view of the world”), inteso come il fatto che la nostra visione del mondo è basata su quello che impariamo su di esso attraverso la TV (e gli altri media). Perché a volte l’unico modo di imparare cose sulle esperienze e le vite di altre persone “lontane” da noi è attraverso i media. 

Complessivamente, una buona rappresentazione che riflette veramente la società nella quale viviamo, al posto di riprodurre i vecchi schemi e storie che sono oramai superati (e che non sono mai stati veramente un vero riflesso della società).

Una buona rappresentazione da gli strumenti per dare senso al mondo e rispondervi. 

Capisco anche che i gruppi marginalizzati sono stanchi e non vogliono lamentarsi tutto il tempo. A volte vogliamo consumare dei contenuti tanto per, senza volerli analizzare troppo a fondo o teorizzare sul perché e il percome del fallimento della rappresentazione.

Ma personalmente credo che è più importante essere coscienti che la strada da percorrere è ancora lunga e non senza ostacoli, piuttosto che accontentarsi.

Primo tra questi ostacoli la resistenza al cambiamento delle persone in posizioni di potere, che solitamente coincidono con persone di valori conservativi (perché dopotutto quale miglior modo di mantenere il potere se non rinforzando la tradizione per mantenere il privilegio?). Le persone al potere che decidono tutto della rappresentazione mainstream, ma che non possono fare nulla contro le azioni personali e di piccoli collettivi indipendenti per riformare quello che in quanto società siamo abituati a pensare come alla sola maniera di parlare di e di mostrare qualcosa.

Bibliografia:

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